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  • Sri Lanka

    It is 2011. In front of the courthouse of Diyarbakır during one of the many “maxi trials” against Kurdish militants an international activist approaches the garrison and asks me to translate her rage: “Why are you preventing them from defending themselves in their own language?”. The policeman smiles and calmly answers: “we will act as in Sri Lanka, we will exterminate them all”.

    To annihilate and crush the enemy to the point of deleting him/her from the map is one of the possible strategies to adopt. This is what the Turkish government has been trying to do since one year, since the collapse of the peace process, secretly inaugurated in September 2011, precisely while the policeman was talking to me about Sri Lanka.

    It is a political genocide that does not even spare representatives elected by the Kurds such as Gültan Kışanak, the combative mayor of Diyarbakır, the main Kurdish city in Turkey, arrested on the 25th of October, together with co-mayor Fırat Anlı. The Hdp, a Turkish and pro-Kurdish radical left coalition, is the bête noire of Erdoğan, who wants to wipe it out from parliament in all possible ways.

    To end up in prison first were the Turkish intellectuals close to the Kurdish movement, then the journalists and eventually, one after the other, the Kurdish activists and leaders. The project is clear: to silence the Turks who are in favor of the negotiation in order to isolate the Kurds and destroy them first politically and then militarily.

    In Sri Lanka, in the war against the Tamil Tigers, 40 thousand people died in a single year, 1000 a day during the last weeks of conflict. Such was the price for the failure of the negotiation. While waiting to understand if the same thing will happen in Turkey, where the Kurds are more than 15 millions, the space of political practicability for those who propose negotiating solutions to the military conflict is almost non existent. But the leader of the Hdp Selahattin Demirtaş announces a battle to come: “We will not lower our heads in front of fascism, we will go from house to house as in the '90s, this is something they cannot stop”.

    (The cover drawing is by Gianluca Costantini, English translation Giustina Selvelli)

  • Sri Lanka

    Era il 2011, davanti al tribunale di Diyarbakır per uno dei tanti maxi processi contro militanti curdi, al presidio si avvicina un’attivista internazionale che mi chiede di tradurre la sua rabbia: “Perché gli impedite di difendersi nella loro lingua?”. Il poliziotto sorride e risponde sereno: “faremo come in Sri Lanka, li stermineremo tutti”.

    Annullare e schiacciare l’avversario fino a cancellarlo dalla mappa è una delle strategie possibili. E’ questo che il governo turco sta cercando di fare da un anno a questa parte, da quando il processo di pace, partito in segreto nel settembre 2011 proprio mentre il poliziotto mi parlava di Sri Lanka, è naufragato.

    Un genocidio politico che non risparmia i rappresentanti eletti dai curdi come Gültan Kışanak, la combattiva sindaco di Diyarbakir, la più importante città curda in Turchia, arrestata il 25 ottobre, assieme al co-sindaco Fırat Anlı. L’Hdp, una coalizione di sinistra radicale turca e filo curdi, è la bestia nera di Erdogan che vuole spazzarlo via dal parlamento in tutti i modi.

    A finire in carcere sono stati prima gli intellettuali turchi vicini al movimento curdo, poi i giornalisti e infine uno dopo l’altro attivisti e leader curdi. Il progetto è chiaro: zittire i turchi favorevoli al negoziato per lasciare soli i curdi e annientarli prima politicamente e poi militarmente.

    In Sri Lanka, nella guerra contro le Tigri Tamil sono morte 40 mila persone in un anno, 1000 al giorno nelle ultime settimane di conflitto. Questo il prezzo dell'insuccesso del negoziato. Nell’attesa di capire se accadrà lo stesso in Turchia, dove i curdi sono più di 15 milioni, lo spazio di agibilità politica per chi propone soluzioni negoziali al conflitto militare è ormai quasi inesistente, ma il leader del Hdp Selahattin Demirtaş annuncia battaglia: "Non abbasseremo la testa davanti al fascismo, andremo casa per casa come negli anni novanta, questo non lo possono fermare".

    (Il disegno di copertina è di Gianluca Costantini)

  • TURCHIA AL BIVIO - NOTA A CALDO SUL TENTATO GOLPE

    MIA NOTA A CALDO SUL TENTATO GOLPE:

    LA #TURCHIA E' AL BIVIO. CITTADINI E CORPI SICUREZZA FEDELI A ERDOGAN HANNO SVENTATO COLPO DI STATO, MA ORA C'E' RISCHIO DI DERIVA ANCORA PIU' AUTORITARIA.

    IL #GOLPE TENTATO IERI NOTTE DA UNA PARTE MINORITARIA DELL'ESERCITO TURCO CONTRO IL PRESIDENTE RECEP TAYYIP ERDOGAN E' FALLITO E LA TURCHIA STA LENTAMENTE TORNANDO ALLA NORMALITA', MA SI ANNUNCIANO TEMPI MOLTO DURI CON LA PROBABILE ACCELLERAZIONE DEL PROCESSO CHE STA RENDENDO IL PAESE SEMPRE PIU' AUTORITARIO. GLI SPAZI DI #DEMOCRAZIA GIA' RIDOTTI AL MINIMO RISCHIANO DI ESSERE COMPLETAMENTE CANCELLATI.

    I FATTI:
    Ieri notte una parte minoritaria dell'esercito ha tentato il golpe bloccando arterie importanti a Istanbul e Ankara, bombardando il parlamento, cercando di occupare i media più importanti sia pro-governativi che di opposizione, attaccando il quartier generale dei servizi segreti ad Ankara e prendendo in ostaggio il capo di stato maggiore dell'esercito in carica, poi liberato.

    I golpisti in un comunicato fatto leggere alla televisione turca TRT hanno detto che sono intervenuti perchè: sarebbe stato ridisegnata l'ideologia dei tutti gli organi dello stato, comprese le forze armate rendendoli incapaci di lavorare.

    Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, in collegamento streaming dal cellulare ripreso dalle emittenti più importanti mentre cercava di atterrare a Istanbul, ha invitato immediatamente i cittadini turchi a scendere nelle piazze per difendere la democrazia. Migliaia di suoi sostenitori sono scesi in piazza e si sono buttati contro i tank dell'esercito, hanno difeso i canali televisivi e gli aeroporti e oggi sono di nuovo i piazza. Alcuni soldati semplici si sono arresi alla folla, altri sono stati letteralmente linciati.

    I golpisti hanno sparato sulla folla in diversi punti del Paese. Sono 161 i morti (ha detto alle 11.30 premier turco Yildirim in diretta) e 1440 i feriti, mentre per tutta la notte i muezzin delle moschee invitavano alla guerra santa e a scendere in strada per difendere il governo eletto. La risposta di massa dei cittadini turchi è il primo elemento che sventato il golpe.

    Tutte le forze politiche. Dai kemalisti del Partito repubblicano del popolo (Chp), alla coalizione tra sinistra e curdi del Partito democratico dei popoli (Hdp) e pure gli ultra nazionalisti del Partito di azione nazionalista (Mhp) si sono immediatamente schierati contro il golpe.

    La polizia, i corpi speciali delle forze di sicurezza e i servizi segreti (Mit) hanno combattuto sia per difendere le loro sedi attaccate dall'esercito sia per riprendere il controllo dei punti occupati dai golpisti e ne hanno arrestati 2639 e uccisi almeno 20. I militari responsabili del golpe saranno processati per alto tradimento. C'è chi ha parlato anche di pena di morte, il premier non ha escluso la possibilità, ma sembra orientato ad lasciare le cose come sono: in Turchia non c'è la pena di morte. Ha detto però che in parlamento si discuteranno “misure aggiuntive necessarie” oggi in una seduta straordinaria.

    Il premier Yildirim ha proclamato il 15 luglio festa della democrazia, detto, con a fianco capo di stato maggiore dell'esercito liberato, che il paese è tornato alla normalità e invitato questa sera tutti i cittadini a scendere in piazza per festeggiare golpe fallito.

    I RESPONSABILI:

    Il premier e Erdogan hanno puntato con decisione il dito contro l'ex sostenitore Fethullah Gulen. Il potente predicatore musulmano che dagli Stati Uniti, dal 2013, cerca di rovesciare Erdogan. E' possibile. Gulen ha negato e condannato il golpe nella notte, ma è possibile che sia una smentita strategica a golpe fallito. Altre ipotesi è che si tratti di corpi vicini agli ultra nazionalisti e di tradizione kemalista più radicale (Vatan Partisi o simili), ma è presto per capirlo. Lo sapremo nelle prossime ore guardando ai nomi e con il proseguimento delle indagini.

    ANALISI:

    Dopo lo scandalo corruzione del 2013 e le proteste per la difesa del parco Gezi dello stesso anno il governo ha approvato misure sempre più restrittive delle libertà, attaccato la stampa d'opposizione e qualsiasi voce di dissenso. Il tentativo di golpe potrebbe ora rappresentare, per Erdogan, un'accelerazione di questo processo. Si rischia che in nome della lotta ai terroristi i pochi spazi di libertà rimasti in Turchia si chiudano. Oppure questo passaggio può rappresentare un'occasione per uscire con maggiore democrazia da questa crisi invertendo il processo in corso che sta facendo della Turchia un paese sempre più autoritario. Questo dipende soprattutto dalla reazione della società turca, dalle opinioni pubbliche mondiali e governi e istituzioni internazionali. Unione Europea in primis.

  • Turkey is at a crossroad after coup failed

    The attempted coup yesterday night, coming from a minority part of the turkish army formally against the president Recep Tayyip Erdogan, has failed and Turkey is slowly returning to normality. Harsh times are expected with the highly probable acceleration of a process which is making the country even more authoritarian. Democracy, already significantly reduced, could likely to be completely obliterated.

    THE FACTS:

    Last night a small part of the Army attempted a coup by blocking strategical points in Istanbul and Ankara, bombarding the Parliament, trying to take over the most important pro-government and opposition media, attacking the Turkish Intelligence services' headquarters in Ankara, taking hostage the in charge Army Chief of Staff, now released.

    The coup leaders in a statement forcibly broadcast-ed through the Turkish television TRT said they intervened because the actual Government redesigned the ideology of all state organs, including the armed forces leaving them unable to work.

    Turkih President Recep Tayyip Erdogan, on a mobile streaming interview aired by major broadcasters while trying to land in Istanbul, immediately called on Turkish citizens to defend democracy on the streets. Thousands of President supporters took to the streets and threw themselves against the army tanks to defended the television broadcasters and airports and now they are again demonstrating. Some soldiers have surrendered to the crowd, others were literally lynched.

    The coup leaders have fired on the crowd in different parts of the country. The death toll is 161 (said the Turkish Premier Yildirim on air at 11.30) while 1440 are wounded, while all night muezzins from Mosques declared an holy war, asking the population to reclaim the streets and defend the elected government. The massive response of Turkish citizens was the first element that prevented the coup.

    All political forces, from Kemalist Republican people's party (CHP), the coalition between the left and the kurds, the Peoples' democratic party (HDP) and even the ultra nationalists of the Nationalist action party (MHP) were immediately sided against the coup.

    The Police, Security Forces' special units and Intelligence services (MIT) have all fought both to defend their headquarters attacked by the Army and to regain control of strategical points occupied by the coup perpetrators, arresting 2639 persons and killing at least 20. The soldiers responsible for the coup will be tried for high treason. While words of death penalty are running through the country, the Prime Minister did not rule out the possibility but seems inclined to leave things as they are at the moment: in Turkey death penalty is forbidden. However, he said that today the parliament will discuss "additional necessary measures" in a special session.

    Prime Minister Yildirim proclaimed July the 15th a Democracy Day, next to the liberated Army Chief of State, claiming that the country has returned to normal and inviting tonight all citizens on the streets to celebrate coup's failure.

    THE PERPETRATORS:

    The Prime Minister and Erdogan have firmly pointed fingers against former supporter Fethullah Gulen, the powerful Muslim preacher that since 2013 from the United States seeks to overthrow Erdogan. It's possible this might be true. Gulen has denied any involvement and condemned the coup during the night but it's likely to be a strategic denial over the failed coup. Another hypothesis could be the involvement of forces close to ultra nationalists and the more radical Kemalist tradition (Vatan Partisi or the like) but it's too early to tell. We'll know more in the next few hours as the investigations proceed and more names will be named.

    ANALYSIS:

    After 2013 corruption scandal and the protests towards the defense of Gezi Park in the same year, the Government passed increasingly more restrictive measures to freedom attacking the press opposition alongside any voice of dissent. The coup attempt could now represent for Erdogan an acceleration of this process. It is likely that in the name of fighting terrorists, the already few areas of freedom in Turkey could be jeopardized. Alternatively this situation can be an opportunity for democracy to come out stronger from this crisis by reversing the current process that is making Turkey an increasingly authoritarian country. This relies mainly on the reaction of Turkish society, the world's public opinion, as well governments and international institutions. European Union above all.

  • Il BILANCIO A CALDO DEL PRIDE LGBTI+ DI ISTANBUL

    Il BILANCIO A CALDO DEL PRIDE LGBTI+ DI ISTANBUL DI OGGI POMERIGGIO:

    IL MOVIMENTO LGBTI IN TURCHIA HA DATO UN'ALTRA IMPORTANTE LEZIONE DI CORAGGIO E DETERMINAZIONE RESISTENDO AGLI ATTACCHI DELLA POLIZIA CHE HA CERCATO DI IMPEDIRE IN TUTTI I MODI IL PRIDE PER IL SECONDO ANNO CONSECUTIVO

    Per mesi il coordinamento che ha organizzato in modo aperto e orizzontale la Istanbul LGBT Onur Haftası / Istanbul LGBT Pride Week, ha cercato di fare pressione sulle autorità turche perché autorizzassero la marcia per 14° Pride Lgbti a Istanbul, ma il prefetto di Istanbul ha proibito la marcia e annunciato che qualsiasi tentativo di manifestare sarebbe stato represso. I motivi? “Rischi per la sicurezza” e che la marcia si sarebbe tenuta durante il mese musulmano del Ramadan.

    Il movimento Lgbti ha deciso allora di cancellare il corteo annunciando però che avrebbe resistito ai divieti “sparpagliandosi” e “disperdendosi” per tutto il centro di Istanbul. Così è stato. Migliaia di agenti hanno occupato e bloccato tutte le vie d'accesso al centro transennando Piazza Taksim, la più importante di Istanbul. Comunque in decine di mini presidi con grandi bandiere arcobaleno, srotolate da importanti palazzi del centro si è manifestato l'orgoglio Lgbti e letto il comunicato del comitato organizzatore.

    La polizia ha attaccato violentemente questi presidi sparando lacrimogeni e proiettili di gomma. Sono stati 25 gli arresti di persone inermi tra cui due parlamentari internazionali arrivati in Turchia per dare solidarietà al Pride. Molti quelli “preventivi” ai danni di membri del comitato organizzatore del Pride. Ad ora alcuni di loro sono stati liberati. La maggior rimangono in stato di fermo nelle caserme. Intanto a Mis sokak, una strada del centro la polizia ha di nuovo attaccato i partecipanti al pride che festeggiavano con canti e bandiere arcobaleno e tra poco si terrà il party conclusivo.

    Un dettaglio personale. Durante il controllo dei documenti a cui sono stati sottoposti tutti coloro che entravano nella “zona rossa” dove si sarebbe dovuto tenere il Pride sono stato minacciato dalla polizia dopo che gli ho mostrato il tesserino stampa: “Vedi di non scrivere notizie contro la Turchia se no ti sparo” mi ha gentilmente consigliato l'agente. Non che la cosa mi abbia impressionato più di tanto, chi fa il giornalista in Turchia subisce questo trattamento quasi quotidianamente. Quanto successo comunque rende l'idea di quanto sia limitata la libertà di stampa nel Paese. Grazie comunque a Cristoforo Spinella dell'Ansa e a quelli che l'hanno ripresa come Il Fatto Quotidiano

    #dağılıyoruzayol #IstanbulPride #Orgutleniyoruz

    Il link al post originale su twitter qui: https://www.facebook.com/alberto.tetta/posts/10154295987989108

  • Libertà di espressione. In Turchia domani andrà peggio?

    Il commissariamento del quotidiano Zaman è solo l'ultima di una lunga serie di attacchi del governo ai media non allineati in Turchia, nel silenzio complice di Usa e Europa.

    Le immagini delle cariche davanti alla sede del giornale che è stato per anni una delle più importanti voci a favore del Partito della giustizia e dello sviluppo di Erdoğan contro centinaia di lettori che cercavano di difenderlo e la foto sulle prime pagine dei pochi giornali d'opposizione rimasti di una donna velata con il viso coperto di sangue, dopo una manganellata di un poliziotto, mi ha spinto a frugare un po' nella memoria.

    Nella Turchia dell'era Erdoğan che un giornale venga chiuso, un giornalista d'opposizione arrestato o licenziato in tronco, dopo una delle tante invettive ad personam del presidente, è diventato ormai così consueto da non destare più nell'opinione pubblica particolare attenzione.

    Tra sanguinosi attentati a cadenza ormai mensile, repressione sistematica da parte della polizia delle manifestazioni di piazza, crisi diplomatiche con grandi potenze mondiali e una violentissima guerra contro gli autonomisti curdi del Pkk nel sud est del Paese, il commissariamento di Zaman, uno dei più importanti quotidiani turchi, per molti è solo una notizia tra le tante. Non per me.

    Come un flash è apparso netto un ricordo. Era l'estate del 2009 per le strade di Istanbul era impossibile non imbattersi in uno dei mega cartelloni pubblicitari che affermavano con orgoglio: “Con un milione di lettori siamo il giornale più letto in Turchia”. Le pubblicità di Zaman, con la clessidra simbolo del giornale su sfondo blu scuro, ricoprivano interamente autobus a due piani. Allora il quotidiano Zaman era all'apice della sua popolarità. Firme famose, intellettuali di alto livello, più di 40 pagine a colori. Da lì a pochi mesi avrebbe aperto anche Today's Zaman, la versione inglese del giornale stampato in collaborazione con il Times. Tempi d'oro insomma.

    Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti sul Bosforo e Zaman ha cambiato radicalmente linea editoriale. Il quotidiano della potente confraternita religiosa del predicatore musulmano Fethullah Gülen, ex sostenitore del governo diventato dal 2013 in poi la bestia nera di Erdoğan dopo uno strappo interno al campo islamista di cui non sono ancora ben chiare le vere ragioni, è diventato l'arma di una guerra senza esclusione di colpi contro il governo. Da qui la decisione di Erdoğan di farlo chiudere, o meglio commissariare con la forza.

    In un Paese dove da un mese all'altro complessi equilibri di potere cambiano radicalmente un gruppo editoriale che prima del 2013 ha difeso a spada tratta, se non orchestrato, l'arresto di giornalisti critici verso Erdoğan come Ahmet Şık e Nedim Şener, ha poi indossato la coccarda della libertà di espressione costruendosi un'immagine di vittima. Ma questa è un'altra storia.

    In nome della guerra contro l'ex-amico Fethullah Gülen, Zaman, il suo gruppo editoriale e la sua confraternita che aveva ormai assunto il controllo di polizia e magistratura, Erdoğan e l'esecutivo guidato dal suo partito negli ultimi tre anni hanno assunto il controllo quasi esclusivo di polizia, magistratura, servizi segreti, media e persino dell'esercito piazzando fedelissimi del presidente in tutti i principali gangli dello stato. Oggi le voci e le istituzioni in grado di controbilanciare il potere di Erdoğan si contano sulle dita di una mano.

    A fare le spese di questa deriva autoritaria sono i giornalisti turchi come il direttore di Cumhuriyet Can Dündar, rilasciato in attesa di giudizio il 26 febbraio, e quelli curdi. Una delle più importanti televisioni indipendenti vicine al movimento curdo, Imc-tv è stata oscurata, ironia della sorte, proprio il giorno della liberazione di Dündar, e tutte le altre voci di dissenso che con determinazione e incredibile coraggio continuano a chiedere maggiore democrazia e diritti. Il presidente turco, però sa che può agire indisturbato. Bruxelles è troppo occupata a stringere un accordo con Ankara per blindare i confini della Fortezza Europa per dare peso a queste cose e gli Stati uniti non possono fare a meno dell'appoggio turco nella “guerra contro lo Stato islamico” in Siria per andare oltre le dichiarazioni di rito.

    (Il disegno di copertina è di Gianluca Costantini. Grazie)

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