novel / romanzo

  • Qui non ci sono eroi. Di WuMing 5

    Sono uscito da Wu Ming - ho interrotto la collaborazione con le persone che rappresentano ciò che resta del collettivo - perché voglio proseguire la mia ricerca personale, politica e artistica senza dover rispondere a regole aziendali che prevedono l'aderenza a un canone, quello che si è stabilito nei quindici anni e più di vita di quell'esperienza, e che ho contribuito a stendere, da membro fondatore del collettivo, in un lavoro durato molto a lungo.

    Il canone prevede storie in cui l'esperienza personale arriva sulla pagina, se arriva, dopo una lunga serie di mediazioni. La letteratura di Wu Ming è tecnica, meticolosa, prevede strutture complesse, contestualizzazioni storiche, apparati che servono a orientare il lettore, e così via. Nella letteratura di Wu Ming, parlo di quella dei grandi romanzi storici, c'è poco ormai che mi interessa. Mi interesserebbe forse ancora da lettore, non mi interessa più scriverla.

    L'occasione per tentare di riprendere il filo di un discorso che precede wu ming e che ha al centro il rapporto tra biografia personale e analisi critica del presente (ho scritto quattro libri, con il mio nome anagrafico, nei lontani anni ‘90) è stato l'incontro con la mia coautrice Francesca Tosarelli e con le storie che aveva da raccontare. Attraverso la sua esperienza, e la singolare risonanza che la sua ricerca di fotografa e storyteller aveva e ha con la mia ricerca esistenziale, artistica e politica, ho avuto l'occasione di scrivere un libro di cui, finalmente, sono soddisfatto. C'è un apparente ribaltamento della poetica wuminghiana:  ci sono persone che dicono se stesse e provano a dare un senso alle scelte, c'è la triangolazione tra il quotidiano di tutte/tutti e gli scenari di conflitto planetario che dipendono dalla riproduzione insensata del nostro stile di vita. Il romanzo ha la forma di un memoriale sul campo, in Africa e Medio Oriente, ed è basato in larga misura su esperienze personali, dirette. Più di tutto, in Ms Kalashnikov c'è qualcosa che ricorda la vita vera. Più di tutto, in Ms. Kalashnikov non ci sono eroi.

    Chi segue Wu Ming avrà forse letto il comunicato su GIAP, la newsletter-blog-fanzine-organo ufficiale, concernente l'uscita di Wu Ming 5, l'abbandono per "motivi personali", in cui, attraverso una cortina fumogena fatta di retorica militante e bandiere al vento, si annuncia la mia uscita dal collettivo. I membri rimanenti di Wu Ming, ci rassicurano, proseguiranno la loro esperienza, forza compagni e sempre avanti.

    Il punto, ed è politico, è che il comunicato non è stato concordato con me, né per quanto riguarda i tempi, né per quanto riguarda le modalità, tantomeno per i contenuti, che semplicemente non ci sono. Sul blog, i commenti erano chiusi.

    Quel comunicato è in realtà il frutto di un lungo scambio di e-mail, altamente conflittuale, che aveva al centro il libro, i suoi temi, la sua poetica, e non solo. Rappresenta né più né meno un tentativo di negare visibilità al mio lavoro e a quello di Francesca Tosarelli. Lo scambio è privato e rimarrà tale, anche che se intellettuali della levatura dei miei ex compagni dovrebbero sapere che quanto si scrive è a futura memoria, e conviene sempre cercare di portarsi bene quando si affermano cose nero su bianco, quando si ricorre all'insulto, quando si ricorre all'arroganza trombonesca, quando ci si muove per strategie e colpi bassi. Mi auguro che Wu Ming, quel che rimane, avrà la capacità di contestualizzare la mia uscita in modo meno goffo. Se preferiscono, i miei ex compagni possono semplicemente cercare di ignorarmi. Per adesso questo è quanto ho da dire.

  • "Da grande voglio fare la giornalista"

    Ho lasciato Lesbos da poco. L’isola ha un campo di detenzione che rinchiude 2000 rifugiati, comprese famiglie e minori, l’altro è un campo profughi che racchiude altri 4000.

    Nei giorni in cui lavoro nell’isola scoppia un duro riot nel campo di detenzione, nasce dall’insofferenza dei minori, che esausti dalla detenzione forzata, sapendo che possibilmente verranno deportati in Turchia, si ribellano e la polizia prova a sedare la protesta duramente. Botte, gas lacrimogeni, tutto il personale viene evacuato, i media vengono tenuti lontani, sembra che Ie proporzioni della rivolta siano diventate grosse. Da fuori si vede solo fumo nero di plastica bruciata, odore acre di gas, I ragazzi sono sui tetti della prigione, urlano “freedom”. Torniamo di notte, la rivolta continua, la polizia ha bloccato le strade per arrivare sulla collina. Quando riusciamo ad arrivare la porta secondaria della prigione è aperta. Dentro, lontano, la rivolta continua. Non hanno abbastanza rinforzi, per questo un’area è totalmente sprovvista di polizia. Dentro, altro bagno di realtà. I rifugiati sono qua da più di un mese senza assistenza legale, in condizioni sanitarie precarissime, senza sapere che ne sarà di loro. Entrano ed escono ambulanze, scopriremo che molti ragazzi hanno ossa fratturate. In seguito verranno poi deportati ad altre prigioni in Grecia. I media quasi non ne parleranno.

    Il giorno prima parlavo con Takra, 21 anni, di Aleppo, è scappata durante gli studi di comunicazione. Vuole fare la giornalista. Non sa quando potrà andarsene dall’isola e cosa ne sarà di lei. Vorrebbe solo studiare. Parliamo di giornalismo. Ha sentito parlare delle combattenti curde siriane dello YPJ. Crede che sia giusto che si ribellino e che combattano. La saluto. Ti auguro di riuscire ad arrivare in Europa presto.

    Inshallah.

    La mattina mi sveglio, quando l’adrenalina si deposita sento nel corpo l’intensità delle storie che mi hanno attraversata. Tra poco uscirà il libro che ho scritto con WuMing 5, Riccardo Pedrini. Non avrei mai pensato a scrivere un libro sulla ricerca delle donne combattenti. L’incontro con Riccardo è avvenuto vari anni fa, in una palestra: mi allenava, volevo imparare la muay thai. Siamo diventati amici. Quando tornai dal Congo gli feci vedere il lavoro e la scoperta che avevo fatto. Il processo è durato due anni, all’inizio non avevo idea idea di come e cosa sarebbe venuto fuori. E’ nato un romanzo ibrido di formazione tra fiction (poca) e non fiction, autobiografico, con due voci intrecciate, la mia e quella di Riccardo, con differenti registri. E’ la storia di una giovane fotografa che a un certo punto della sua esperienza professionale sente il bisogno di andare alla ricerca di forme di ribellione al femminile in zone di conflitto. Da Capo Verde, al confine libanese/siriano al Congo. Si interroga su identità in cambiamento. E questo si intreccia con la voce di Riccardo, scrittore, musicista, istruttore di arti marziali.

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