Matchbox Media News

  • "Da grande voglio fare la giornalista"

    Ho lasciato Lesbos da poco. L’isola ha un campo di detenzione che rinchiude 2000 rifugiati, comprese famiglie e minori, l’altro è un campo profughi che racchiude altri 4000.

    Nei giorni in cui lavoro nell’isola scoppia un duro riot nel campo di detenzione, nasce dall’insofferenza dei minori, che esausti dalla detenzione forzata, sapendo che possibilmente verranno deportati in Turchia, si ribellano e la polizia prova a sedare la protesta duramente. Botte, gas lacrimogeni, tutto il personale viene evacuato, i media vengono tenuti lontani, sembra che Ie proporzioni della rivolta siano diventate grosse. Da fuori si vede solo fumo nero di plastica bruciata, odore acre di gas, I ragazzi sono sui tetti della prigione, urlano “freedom”. Torniamo di notte, la rivolta continua, la polizia ha bloccato le strade per arrivare sulla collina. Quando riusciamo ad arrivare la porta secondaria della prigione è aperta. Dentro, lontano, la rivolta continua. Non hanno abbastanza rinforzi, per questo un’area è totalmente sprovvista di polizia. Dentro, altro bagno di realtà. I rifugiati sono qua da più di un mese senza assistenza legale, in condizioni sanitarie precarissime, senza sapere che ne sarà di loro. Entrano ed escono ambulanze, scopriremo che molti ragazzi hanno ossa fratturate. In seguito verranno poi deportati ad altre prigioni in Grecia. I media quasi non ne parleranno.

    Il giorno prima parlavo con Takra, 21 anni, di Aleppo, è scappata durante gli studi di comunicazione. Vuole fare la giornalista. Non sa quando potrà andarsene dall’isola e cosa ne sarà di lei. Vorrebbe solo studiare. Parliamo di giornalismo. Ha sentito parlare delle combattenti curde siriane dello YPJ. Crede che sia giusto che si ribellino e che combattano. La saluto. Ti auguro di riuscire ad arrivare in Europa presto.

    Inshallah.

    La mattina mi sveglio, quando l’adrenalina si deposita sento nel corpo l’intensità delle storie che mi hanno attraversata. Tra poco uscirà il libro che ho scritto con WuMing 5, Riccardo Pedrini. Non avrei mai pensato a scrivere un libro sulla ricerca delle donne combattenti. L’incontro con Riccardo è avvenuto vari anni fa, in una palestra: mi allenava, volevo imparare la muay thai. Siamo diventati amici. Quando tornai dal Congo gli feci vedere il lavoro e la scoperta che avevo fatto. Il processo è durato due anni, all’inizio non avevo idea idea di come e cosa sarebbe venuto fuori. E’ nato un romanzo ibrido di formazione tra fiction (poca) e non fiction, autobiografico, con due voci intrecciate, la mia e quella di Riccardo, con differenti registri. E’ la storia di una giovane fotografa che a un certo punto della sua esperienza professionale sente il bisogno di andare alla ricerca di forme di ribellione al femminile in zone di conflitto. Da Capo Verde, al confine libanese/siriano al Congo. Si interroga su identità in cambiamento. E questo si intreccia con la voce di Riccardo, scrittore, musicista, istruttore di arti marziali.

  • A love story, from photojournalism to crossmedia storytelling

    Throughout my years working as a freelance photojournalist, I developed the focus of my personal and professional interest: to meet and listen the women who choose to fight with rebel groups in contemporary conflicts to understand their motivations.
    At first I documented my journey in Congo using photography, but at the end I realised that to better explore and show this story, I needed other tools to amplify the anthropological and historical perspective, and ideas on how to continue it on a narrative level.
    Meanwhile I felt a growing dissatisfaction towards the media system in which I worked. After operating in that environment for years, I became less and less convinced about the editorial standards of so called in-depth journalism. The preference for dramatic stories, more ‘bang bang’, sensationalism, situations where people are perpetually portrayed as victims; some media tendencies and bias are designed to emphasise certain conflicts while ignoring others and enforce certain types of narratives over more complex ones.

    My questions regarding the effective functioning of this information system and its effectiveness became more urgent: I needed to experiment, deconstruct, and emancipate myself and my work from the constrictive cocoon of the mainstream which was making me feel disillusioned.

    I took a sabbatical year in which I developed the female fighters project through some development labs. It is a process - combining different disciplines and professions- that leads to a deeper reflection about the story, why it must to be told, who will be the audience that will read / see / experience it and the experiential / cognitive / emotional process of the narration.

    The decision to construct a platform -creating a type of experience for that audience- is a consequence of that reflection. It is no longer very much important which media you work with, but what will work best to tell the story and provoke the social, cultural and political debate. We should always be focusing on our motivations, why we do storytelling, conscious of our journalistic responsibility. Sharing a project from the beginning with other professionals revolutionises the creative process. For me this was an explosion of creative / narrative / experiential possibilities that led me to explore the different components of my reasons and my desires as a storyteller.

  • Dal fotogiornalismo alla narrazione crossmediale

    Dopo aver lavorato per anni come fotogiornalista indipendente mi sono imbattuta in quello che è il mio principale interesse e ricerca personale: seguire e capire le donne che scelgono di combattere in gruppi ribelli in conflitti contemporanei. Il primo capitolo di questa ricerca è stato affrontato attraverso la fotografia, in Congo, ma alla fine del lavoro mi sono resa conto che per esplorare questa tematica necessitavo altri strumenti, avevo bisogno di ampliare la ricerca dal punto vista antropologico e storico, ma anche capire come proseguirla a livello narrativo.

    Nel frattempo crescevano alcune insoddisfazioni sul funzionamento del sistema editoriale nel quale lavoravo. Avevo collaborato con magazine internazionali per anni ma le regole dell’editoria in merito al giornalismo di approfondimento mi convincevano sempre meno: l’agenda politica predilige storie drammatiche, sensazionalistiche, dove spesso le persone appaiono come vittime; le regole editoriali sono rigidamente volte a sottolineare determinati conflitti e stili narrativi anzichè altri.

    Le mie domande sull’effettivo funzionamento di questo sistema di informazione, sulla sua efficacia diventavano sempre più urgenti: avevo bisogno di sperimentare, destrutturare, e spogliarmi di un ruolo che stavo acquisendo, in maniera più o meno subita/agita, più o meno consapevole.

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    Mi sono presa un anno sabbatico nel quale ho sviluppato il progetto sulle donne combattenti attraverso alcuni workshop di sviluppo. E’ un processo - combinazione di differenti discipline e professionalità- nel quale si compie una riflessione approfondita sulla storia, sul perchè deve essere narrata, su quale sarà il pubblico che leggerà/vedrà/vivrà questa storia, cosa si desidera che accada durante il processo esperienziale/conoscitivo/cognitivo/emozionale della narrazione. La decisione della piattaforma, cioè che esperienza si vuole creare per il pubblico, è un passaggio conseguente a una riflessione. Quindi è una destrutturazione importante per (parte) dell’ego: non è più molto importante cosa sei e con cosa agisci, ma come funzionerà meglio quella storia in merito all’obiettivo finale, cioè l’impatto sociale, il dibattito culturale e politico. E’ un processo che rimette al centro le motivazioni, i perchè facciamo narrazione, ricorda le responsabilità di chi narra e fa giornalismo, obbliga ad avere sempre chiara la domanda dell’efficacia, e per chi si sta facendo cosa. Rivoluziona il processo creativo, condividendolo sin dall’inizio con altre professionalità. E’ stata per me un’esplosione di possibilità creative/narrative/esperienziali che mi ha spinta ad esplorare le differenti componenti delle mie motivazioni e dei miei desideri come storyteller.

  • photo-essay: Democratic Republic of Congo

    During 2013 I have met, followed, photographed and interviewed a selection of women fighting in the alphabet-soup of rebellions. They were operating in the east of the Democratic Republic of the Congo. Their stories reveal not only the significance of their roles within the rebel groups of which they are a part, but also show the striking contrast between the danger of their liberation struggle and the almost mundane reality of daily life in an armed group in eastern DRC.

    In contemporary African wars women continue to play a variety of crucial roles, and yet they remain invisible to the world. Only a handful of researchers and journalists have appreciated the importance of women in these conflicts, and the way in which gender stereotypes continue to mask their involvement.

    “Even today, in mainstream thinking on war and violent conflict, women and men are still often positioned at opposite ends of a moral continuum, where women are considered peaceful and men aggressive, women passive and men active. As war is so often associated with these generalized images of masculinity and femininity, women have become associated with life-giving and men with life-taking. (…) But analytically, in trying to understand the complexities of these experiences, the male-female opposition seems an unnecessary limitation. (…) In modern African wars and violence conflicts women have shown themselves as capable as men of performing violent acts. Fighting women are frequently considered by their very existance to be transgressing accepted female behaviour, and the very act of fighting by definition makes women and girls less feminine and by extension “unnatural”.

    Young female fighters in African wars : conflict and its consequences” Chris Coulter, Mariam Persson and Mats Utas / Uppsala : Nordiska Afrikainstitutet, 2008 

  • Publications / international magazines

    Ms Kalashnikov the photo-essay has been published worldwide in different magazines such as Sunday Times, Spiegel, Courrier International, D-La Repubblica delle Donne, Internazionale, Globo TV among others. Being independent, the distribution time lasted 8 months. During that time I've been contacted by news editors and many different authors, artists and academics.


    publications

     

    If you want to see the full list of publication please click here.

  • AL JAZEERA: Refugee riot breaks out on Greek island

    It was only a matter of time before refugees detained in a prison on the Greek island of Lesbos (as per the terms of the EU Turkey agreement) started to violently protest their incarceration. It could have happened at any point, but this particular event was sparked from a fight between the hundreds of unaccompanied children in the Moria detention centre. A heavy-handed response from the police who run the facility prompted a whole night of carnage, with multiple injuries reported. At one stage of the evening we managed to gain access inside.

    Read the full story on Al Jazeera English HERE

  • AL JAZEERA: Is Albania the next stop for stranded refugees?

    As the 'Balkan Route' was officially closed to refugees on March 9th, tens of thousands amassed on the Macedonian border, their dreams of continuing to northern Europe crushed. A little over 100km to the west lies the border to Albania, a country that so far has not featured prominently on the trail. Will refugees divert that way? Human movement is unpredictable, but a closer look at Albania's own turbulent migratory history indicates that people will take extraordinary risks to save themselves.

    Read the whole report on Al Jazeera English HERE

    Photos by Nicola Zolin

  • Libertà di espressione. In Turchia domani andrà peggio?

    Il commissariamento del quotidiano Zaman è solo l'ultima di una lunga serie di attacchi del governo ai media non allineati in Turchia, nel silenzio complice di Usa e Europa.

    Le immagini delle cariche davanti alla sede del giornale che è stato per anni una delle più importanti voci a favore del Partito della giustizia e dello sviluppo di Erdoğan contro centinaia di lettori che cercavano di difenderlo e la foto sulle prime pagine dei pochi giornali d'opposizione rimasti di una donna velata con il viso coperto di sangue, dopo una manganellata di un poliziotto, mi ha spinto a frugare un po' nella memoria.

    Nella Turchia dell'era Erdoğan che un giornale venga chiuso, un giornalista d'opposizione arrestato o licenziato in tronco, dopo una delle tante invettive ad personam del presidente, è diventato ormai così consueto da non destare più nell'opinione pubblica particolare attenzione.

    Tra sanguinosi attentati a cadenza ormai mensile, repressione sistematica da parte della polizia delle manifestazioni di piazza, crisi diplomatiche con grandi potenze mondiali e una violentissima guerra contro gli autonomisti curdi del Pkk nel sud est del Paese, il commissariamento di Zaman, uno dei più importanti quotidiani turchi, per molti è solo una notizia tra le tante. Non per me.

    Come un flash è apparso netto un ricordo. Era l'estate del 2009 per le strade di Istanbul era impossibile non imbattersi in uno dei mega cartelloni pubblicitari che affermavano con orgoglio: “Con un milione di lettori siamo il giornale più letto in Turchia”. Le pubblicità di Zaman, con la clessidra simbolo del giornale su sfondo blu scuro, ricoprivano interamente autobus a due piani. Allora il quotidiano Zaman era all'apice della sua popolarità. Firme famose, intellettuali di alto livello, più di 40 pagine a colori. Da lì a pochi mesi avrebbe aperto anche Today's Zaman, la versione inglese del giornale stampato in collaborazione con il Times. Tempi d'oro insomma.

    Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti sul Bosforo e Zaman ha cambiato radicalmente linea editoriale. Il quotidiano della potente confraternita religiosa del predicatore musulmano Fethullah Gülen, ex sostenitore del governo diventato dal 2013 in poi la bestia nera di Erdoğan dopo uno strappo interno al campo islamista di cui non sono ancora ben chiare le vere ragioni, è diventato l'arma di una guerra senza esclusione di colpi contro il governo. Da qui la decisione di Erdoğan di farlo chiudere, o meglio commissariare con la forza.

    In un Paese dove da un mese all'altro complessi equilibri di potere cambiano radicalmente un gruppo editoriale che prima del 2013 ha difeso a spada tratta, se non orchestrato, l'arresto di giornalisti critici verso Erdoğan come Ahmet Şık e Nedim Şener, ha poi indossato la coccarda della libertà di espressione costruendosi un'immagine di vittima. Ma questa è un'altra storia.

    In nome della guerra contro l'ex-amico Fethullah Gülen, Zaman, il suo gruppo editoriale e la sua confraternita che aveva ormai assunto il controllo di polizia e magistratura, Erdoğan e l'esecutivo guidato dal suo partito negli ultimi tre anni hanno assunto il controllo quasi esclusivo di polizia, magistratura, servizi segreti, media e persino dell'esercito piazzando fedelissimi del presidente in tutti i principali gangli dello stato. Oggi le voci e le istituzioni in grado di controbilanciare il potere di Erdoğan si contano sulle dita di una mano.

    A fare le spese di questa deriva autoritaria sono i giornalisti turchi come il direttore di Cumhuriyet Can Dündar, rilasciato in attesa di giudizio il 26 febbraio, e quelli curdi. Una delle più importanti televisioni indipendenti vicine al movimento curdo, Imc-tv è stata oscurata, ironia della sorte, proprio il giorno della liberazione di Dündar, e tutte le altre voci di dissenso che con determinazione e incredibile coraggio continuano a chiedere maggiore democrazia e diritti. Il presidente turco, però sa che può agire indisturbato. Bruxelles è troppo occupata a stringere un accordo con Ankara per blindare i confini della Fortezza Europa per dare peso a queste cose e gli Stati uniti non possono fare a meno dell'appoggio turco nella “guerra contro lo Stato islamico” in Siria per andare oltre le dichiarazioni di rito.

    (Il disegno di copertina è di Gianluca Costantini. Grazie)

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  • SKY NEWS: EU-Turkey refugees deal

    Speaking to Sky from Athens on the escalating humanitarian crisis in Greece and the Faustian pact between the EU and Turkey over returns of refugees to Turkey

  • POLITICO EUROPE: Europe’s most hostile port of entry

    A glimpse into a terrifying winter's journey of refugees who don't take to the sea, but choose to cross from Turkey into Bulgaria. Though there is no risk of drowning, the path is by far from safe, and if even half of the horrific claims of police abuse are true, Bulgaria would appear to be Europe's most dangerous country for transiting refugees.

    Read the full story on Politico Europe HERE

    Additional photo essay by Nicola Zolin HERE

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