Matchbox Media News

  • THE TELEGRAPH: Hungary and Serbia turning a blind eye to thousands of migrants using 'closed' Balkans route

    The Balkan Route, despite the claims of EU officials, remains very much ope for business. Wait in the barren wasteland for an asylum hearing, or pay €150 for a smuggler's route? Drownings, stabbings, illegal pushbacks and wisecracking Serbian police officers.

    Read the story in the Telegraph HERE

  • FSRN: https://fsrn.org/2016/06/refugee-crisis-driven-further-underground-drownings-spike-while-smuggling-booms/

    Radio roundup of the week's bleak migration news: Mediterranean shipwrecks, the clearance of the Idomeni camp and the twilight zone of the Serbia-Hungary border.

    Listen on FSRN HERE

  • AL JAZEERA: No way in and no way out for Yemeni refugees in Europe

    The EU is breaking its own rules on safely relocating refugees in Greece.

    According to the UNHCR, the current conflict in Yemen has killed over 6,000 with use of cluster bombs and starvation sieges as weapons of war. Most Yemenis cannot flee this, most that can cross to the Horn of Africa, and the very tiny minority that reach Europe have had the door summarily slammed in their face by an inconsistent and dysfunctional asylum policy.

    (Since Saudi Arabia entered the Yemeni conflict, the UK has supplied it with over £2.8bn in arms exports licences including combat aircraft, helicopters, grenades and tanks.)

    Read the full story on Al Jazeera HERE

  • IRIN: Welcome to the City Plaza: Greece’s refugee hotel

    A crew of activists saw an opportunity to shelter some of the 54,000 refugees stranded in Greece, by occupying a long abandoned, seven-story hotel in the centre of Athens. The City Plaza is an example of community cohesive living, between refugees and Greeks, instead of being segregated in sub-standard camps on the outskirts of society.

    Read the full story in IRIN News HERE

    Photos by Nicola Zolin

  • FSRN: Greek activists occupy Athens hotel to house stranded refugees

    My FSRN radio feature on the Greek radicals who occupied an abandoned hotel in central Athens and transformed it into a co-operative, dignified home for refugees.

    Listen to the story HERE

  • Qui non ci sono eroi. Di WuMing 5

    Sono uscito da Wu Ming - ho interrotto la collaborazione con le persone che rappresentano ciò che resta del collettivo - perché voglio proseguire la mia ricerca personale, politica e artistica senza dover rispondere a regole aziendali che prevedono l'aderenza a un canone, quello che si è stabilito nei quindici anni e più di vita di quell'esperienza, e che ho contribuito a stendere, da membro fondatore del collettivo, in un lavoro durato molto a lungo.

    Il canone prevede storie in cui l'esperienza personale arriva sulla pagina, se arriva, dopo una lunga serie di mediazioni. La letteratura di Wu Ming è tecnica, meticolosa, prevede strutture complesse, contestualizzazioni storiche, apparati che servono a orientare il lettore, e così via. Nella letteratura di Wu Ming, parlo di quella dei grandi romanzi storici, c'è poco ormai che mi interessa. Mi interesserebbe forse ancora da lettore, non mi interessa più scriverla.

    L'occasione per tentare di riprendere il filo di un discorso che precede wu ming e che ha al centro il rapporto tra biografia personale e analisi critica del presente (ho scritto quattro libri, con il mio nome anagrafico, nei lontani anni ‘90) è stato l'incontro con la mia coautrice Francesca Tosarelli e con le storie che aveva da raccontare. Attraverso la sua esperienza, e la singolare risonanza che la sua ricerca di fotografa e storyteller aveva e ha con la mia ricerca esistenziale, artistica e politica, ho avuto l'occasione di scrivere un libro di cui, finalmente, sono soddisfatto. C'è un apparente ribaltamento della poetica wuminghiana:  ci sono persone che dicono se stesse e provano a dare un senso alle scelte, c'è la triangolazione tra il quotidiano di tutte/tutti e gli scenari di conflitto planetario che dipendono dalla riproduzione insensata del nostro stile di vita. Il romanzo ha la forma di un memoriale sul campo, in Africa e Medio Oriente, ed è basato in larga misura su esperienze personali, dirette. Più di tutto, in Ms Kalashnikov c'è qualcosa che ricorda la vita vera. Più di tutto, in Ms. Kalashnikov non ci sono eroi.

    Chi segue Wu Ming avrà forse letto il comunicato su GIAP, la newsletter-blog-fanzine-organo ufficiale, concernente l'uscita di Wu Ming 5, l'abbandono per "motivi personali", in cui, attraverso una cortina fumogena fatta di retorica militante e bandiere al vento, si annuncia la mia uscita dal collettivo. I membri rimanenti di Wu Ming, ci rassicurano, proseguiranno la loro esperienza, forza compagni e sempre avanti.

    Il punto, ed è politico, è che il comunicato non è stato concordato con me, né per quanto riguarda i tempi, né per quanto riguarda le modalità, tantomeno per i contenuti, che semplicemente non ci sono. Sul blog, i commenti erano chiusi.

    Quel comunicato è in realtà il frutto di un lungo scambio di e-mail, altamente conflittuale, che aveva al centro il libro, i suoi temi, la sua poetica, e non solo. Rappresenta né più né meno un tentativo di negare visibilità al mio lavoro e a quello di Francesca Tosarelli. Lo scambio è privato e rimarrà tale, anche che se intellettuali della levatura dei miei ex compagni dovrebbero sapere che quanto si scrive è a futura memoria, e conviene sempre cercare di portarsi bene quando si affermano cose nero su bianco, quando si ricorre all'insulto, quando si ricorre all'arroganza trombonesca, quando ci si muove per strategie e colpi bassi. Mi auguro che Wu Ming, quel che rimane, avrà la capacità di contestualizzare la mia uscita in modo meno goffo. Se preferiscono, i miei ex compagni possono semplicemente cercare di ignorarmi. Per adesso questo è quanto ho da dire.

  • "Da grande voglio fare la giornalista"

    Ho lasciato Lesbos da poco. L’isola ha un campo di detenzione che rinchiude 2000 rifugiati, comprese famiglie e minori, l’altro è un campo profughi che racchiude altri 4000.

    Nei giorni in cui lavoro nell’isola scoppia un duro riot nel campo di detenzione, nasce dall’insofferenza dei minori, che esausti dalla detenzione forzata, sapendo che possibilmente verranno deportati in Turchia, si ribellano e la polizia prova a sedare la protesta duramente. Botte, gas lacrimogeni, tutto il personale viene evacuato, i media vengono tenuti lontani, sembra che Ie proporzioni della rivolta siano diventate grosse. Da fuori si vede solo fumo nero di plastica bruciata, odore acre di gas, I ragazzi sono sui tetti della prigione, urlano “freedom”. Torniamo di notte, la rivolta continua, la polizia ha bloccato le strade per arrivare sulla collina. Quando riusciamo ad arrivare la porta secondaria della prigione è aperta. Dentro, lontano, la rivolta continua. Non hanno abbastanza rinforzi, per questo un’area è totalmente sprovvista di polizia. Dentro, altro bagno di realtà. I rifugiati sono qua da più di un mese senza assistenza legale, in condizioni sanitarie precarissime, senza sapere che ne sarà di loro. Entrano ed escono ambulanze, scopriremo che molti ragazzi hanno ossa fratturate. In seguito verranno poi deportati ad altre prigioni in Grecia. I media quasi non ne parleranno.

    Il giorno prima parlavo con Takra, 21 anni, di Aleppo, è scappata durante gli studi di comunicazione. Vuole fare la giornalista. Non sa quando potrà andarsene dall’isola e cosa ne sarà di lei. Vorrebbe solo studiare. Parliamo di giornalismo. Ha sentito parlare delle combattenti curde siriane dello YPJ. Crede che sia giusto che si ribellino e che combattano. La saluto. Ti auguro di riuscire ad arrivare in Europa presto.

    Inshallah.

    La mattina mi sveglio, quando l’adrenalina si deposita sento nel corpo l’intensità delle storie che mi hanno attraversata. Tra poco uscirà il libro che ho scritto con WuMing 5, Riccardo Pedrini. Non avrei mai pensato a scrivere un libro sulla ricerca delle donne combattenti. L’incontro con Riccardo è avvenuto vari anni fa, in una palestra: mi allenava, volevo imparare la muay thai. Siamo diventati amici. Quando tornai dal Congo gli feci vedere il lavoro e la scoperta che avevo fatto. Il processo è durato due anni, all’inizio non avevo idea idea di come e cosa sarebbe venuto fuori. E’ nato un romanzo ibrido di formazione tra fiction (poca) e non fiction, autobiografico, con due voci intrecciate, la mia e quella di Riccardo, con differenti registri. E’ la storia di una giovane fotografa che a un certo punto della sua esperienza professionale sente il bisogno di andare alla ricerca di forme di ribellione al femminile in zone di conflitto. Da Capo Verde, al confine libanese/siriano al Congo. Si interroga su identità in cambiamento. E questo si intreccia con la voce di Riccardo, scrittore, musicista, istruttore di arti marziali.

  • A love story, from photojournalism to crossmedia storytelling

    Throughout my years working as a freelance photojournalist, I developed the focus of my personal and professional interest: to meet and listen the women who choose to fight with rebel groups in contemporary conflicts to understand their motivations.
    At first I documented my journey in Congo using photography, but at the end I realised that to better explore and show this story, I needed other tools to amplify the anthropological and historical perspective, and ideas on how to continue it on a narrative level.
    Meanwhile I felt a growing dissatisfaction towards the media system in which I worked. After operating in that environment for years, I became less and less convinced about the editorial standards of so called in-depth journalism. The preference for dramatic stories, more ‘bang bang’, sensationalism, situations where people are perpetually portrayed as victims; some media tendencies and bias are designed to emphasise certain conflicts while ignoring others and enforce certain types of narratives over more complex ones.

    My questions regarding the effective functioning of this information system and its effectiveness became more urgent: I needed to experiment, deconstruct, and emancipate myself and my work from the constrictive cocoon of the mainstream which was making me feel disillusioned.

    I took a sabbatical year in which I developed the female fighters project through some development labs. It is a process - combining different disciplines and professions- that leads to a deeper reflection about the story, why it must to be told, who will be the audience that will read / see / experience it and the experiential / cognitive / emotional process of the narration.

    The decision to construct a platform -creating a type of experience for that audience- is a consequence of that reflection. It is no longer very much important which media you work with, but what will work best to tell the story and provoke the social, cultural and political debate. We should always be focusing on our motivations, why we do storytelling, conscious of our journalistic responsibility. Sharing a project from the beginning with other professionals revolutionises the creative process. For me this was an explosion of creative / narrative / experiential possibilities that led me to explore the different components of my reasons and my desires as a storyteller.

  • Dal fotogiornalismo alla narrazione crossmediale

    Dopo aver lavorato per anni come fotogiornalista indipendente mi sono imbattuta in quello che è il mio principale interesse e ricerca personale: seguire e capire le donne che scelgono di combattere in gruppi ribelli in conflitti contemporanei. Il primo capitolo di questa ricerca è stato affrontato attraverso la fotografia, in Congo, ma alla fine del lavoro mi sono resa conto che per esplorare questa tematica necessitavo altri strumenti, avevo bisogno di ampliare la ricerca dal punto vista antropologico e storico, ma anche capire come proseguirla a livello narrativo.

    Nel frattempo crescevano alcune insoddisfazioni sul funzionamento del sistema editoriale nel quale lavoravo. Avevo collaborato con magazine internazionali per anni ma le regole dell’editoria in merito al giornalismo di approfondimento mi convincevano sempre meno: l’agenda politica predilige storie drammatiche, sensazionalistiche, dove spesso le persone appaiono come vittime; le regole editoriali sono rigidamente volte a sottolineare determinati conflitti e stili narrativi anzichè altri.

    Le mie domande sull’effettivo funzionamento di questo sistema di informazione, sulla sua efficacia diventavano sempre più urgenti: avevo bisogno di sperimentare, destrutturare, e spogliarmi di un ruolo che stavo acquisendo, in maniera più o meno subita/agita, più o meno consapevole.

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    Mi sono presa un anno sabbatico nel quale ho sviluppato il progetto sulle donne combattenti attraverso alcuni workshop di sviluppo. E’ un processo - combinazione di differenti discipline e professionalità- nel quale si compie una riflessione approfondita sulla storia, sul perchè deve essere narrata, su quale sarà il pubblico che leggerà/vedrà/vivrà questa storia, cosa si desidera che accada durante il processo esperienziale/conoscitivo/cognitivo/emozionale della narrazione. La decisione della piattaforma, cioè che esperienza si vuole creare per il pubblico, è un passaggio conseguente a una riflessione. Quindi è una destrutturazione importante per (parte) dell’ego: non è più molto importante cosa sei e con cosa agisci, ma come funzionerà meglio quella storia in merito all’obiettivo finale, cioè l’impatto sociale, il dibattito culturale e politico. E’ un processo che rimette al centro le motivazioni, i perchè facciamo narrazione, ricorda le responsabilità di chi narra e fa giornalismo, obbliga ad avere sempre chiara la domanda dell’efficacia, e per chi si sta facendo cosa. Rivoluziona il processo creativo, condividendolo sin dall’inizio con altre professionalità. E’ stata per me un’esplosione di possibilità creative/narrative/esperienziali che mi ha spinta ad esplorare le differenti componenti delle mie motivazioni e dei miei desideri come storyteller.

  • photo-essay: Democratic Republic of Congo

    During 2013 I have met, followed, photographed and interviewed a selection of women fighting in the alphabet-soup of rebellions. They were operating in the east of the Democratic Republic of the Congo. Their stories reveal not only the significance of their roles within the rebel groups of which they are a part, but also show the striking contrast between the danger of their liberation struggle and the almost mundane reality of daily life in an armed group in eastern DRC.

    In contemporary African wars women continue to play a variety of crucial roles, and yet they remain invisible to the world. Only a handful of researchers and journalists have appreciated the importance of women in these conflicts, and the way in which gender stereotypes continue to mask their involvement.

    “Even today, in mainstream thinking on war and violent conflict, women and men are still often positioned at opposite ends of a moral continuum, where women are considered peaceful and men aggressive, women passive and men active. As war is so often associated with these generalized images of masculinity and femininity, women have become associated with life-giving and men with life-taking. (…) But analytically, in trying to understand the complexities of these experiences, the male-female opposition seems an unnecessary limitation. (…) In modern African wars and violence conflicts women have shown themselves as capable as men of performing violent acts. Fighting women are frequently considered by their very existance to be transgressing accepted female behaviour, and the very act of fighting by definition makes women and girls less feminine and by extension “unnatural”.

    Young female fighters in African wars : conflict and its consequences” Chris Coulter, Mariam Persson and Mats Utas / Uppsala : Nordiska Afrikainstitutet, 2008 

     

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